Il Sig.Vincenzo Morosetti nel 1843 aprì, in quel di Valenza, il primo, e io aggiungerei mitico, laboratorio di gioielleria. Alla sua scuola si formarono i primi artigiani orefici, affascinati dalla preparazione di questo maestro a cui si aggiunse, in un secondo tempo, Giuseppe Gillio, discepolo dello svizzero Fournet.
Nel 1889, all’esposizione mondiale di Parigi, i valenzani mostrarono al mondo intero quello che erano in grado di fare, stupendo anche Cartier, il grande gioielliere delle case regnanti. Gillio ebbe così il modo di lavorare a Londra, nelle botteghe di Piccadilly, dove si fece apprezzare come fine cesellatore. Così, tra i talenti valenzani, emerse Vincenzo Melchiorre che fu, in pratica, l’uomo che fondò la gioielleria grazie alla quale Valenza divenne famosa nel mondo.
Melchiorre nacque a Valenza nel 1845 e, quindi, sin da giovanissimo conobbe i moti risorgimentali italiani e, anche, lo sviluppo economico e industriale del nostro Paese. Pensate: a 14 anni già la scuola del Morosetti gli andava stretta e quindi si trasferì a Torino. Lì potè mettere mano alle grandi realizzazioni che necessitano di grandi orefici e che, nel contempo, rendono grandi gli orefici. Pensiamo solo al Melchiorre nel 1868, già provetto realizzatore alla ditta Twerembold e chino alla sua postazione di lavoro mentre realizzava il dono della città di Torino per le nozze di Umberto e Margherita di Savoia: uno stupendo cofano d’oro tempestato di stupende gemme e mirabili lavorazioni. Un oggetto di circa 14 KG di peso. Ma, dopo qualche tempo e ancora una volta, Vincenzo Melchiorre, sentì che l’ambiente di Torino non aveva più niente da offrirgli e si trasferì così a Parigi.
Lì, nella capitale della belle époque, i suoi sensi di finissimo artista vennero a contatto con tutti gli splendori orafi che quella magica città poteva offrire. Immagino questo giovane genio che si aggira con fare quasi annoiato per Rue de Rivoli o, anche, per Rue dela Paix ma, in realtà, attentissimo a tutto. Soprattutto attento ai lampi di luce dei gioielli nei fastosissimi negozi che Parigi, in quella zona, mostrava.
Il Melchiorre, così, diventò allievo di Camillo Bertuzzi, milanese di nascita, l’orefice che, finemente, infiorava di gemme i libri d’arte. Ancora mirabili capolavori d’arte orafa le sue coppe e i suoi cofani e i vasi, opere immortali nella storia della gioielleria.
Vincenzo si meritò, poco alla volta, l’arte del Bertuzzi mentre, sulla cima del Monte Olimpo, Eros si faceva realizzare, dal gioielliere degli dei, una freccia d’oro massiccio, con impennata e punta di puro e splendente diamante. Prese la mira e scoccò. Amore si accese come un lampo nella vita di Vincenzo Melchiorre e, quell’amore prese il nome di Angelina Rolandi, gentildonna parigina nipote del Bertuzzi. Non si separarono mai più.
A Parigi fu anche attento testimone di vicende storiche memorabili. Il suo occhio d’artista seppe, anche in quell’occasione turbolenta, trarne preziose esperienze.
Quando fu il momento, Vincenzo si rese conto che anche Parigi era un esperienza con un inizio e una fine e la fine, quando fu il momento, arrivò.
Quando i rovesci politici resero Parigi realmente poco sicura, Vincenzo Melchiorre fece ritorno in Patria.
Prima fu a Firenze a rimirare l’Arte così gentile, così generosa nei confronti di quella stupenda città. E fu il Ponte Vecchio, con le sue Botteghe a rimirar la “filograna” e gli altri gioielli e tecniche proprio lì, davanti ai suoi occhi.
E poi fu Roma, i Tesori immortali delle Gallerie Vaticane, e i musei vaticani e ogni gioiello, magari anche solo dipinto che rese anche solo un poco più grande la grazia di un Papa, di un re, di un nobile.
Un giorno, dopo tanta bellezza e sfulgore, il ricordo del paesello fu la vocazione che spinse Vincenzo a far ritorno a Valenza. Ma, dentro di lui, sapeva che troppi tesori aveva visto, troppi gioielli gli avevano raccontato la duplice storia di ogni objet d’art.
La prima storia è quella aperta a tutti e racconta la bellezza del gioiello, la collocazione dell’oro giallo vicino al bianco accostato in quel particolare modo e il bianco, perchè no, tempestato di piccoli rubini. E’ una storia, come dicevo, aperta a tutti e tutti ne ricevono una diversa perchè questa storia si chiama interpretazione. E’ una cosa troppo immensamente difficile da analizzare. Perchè un gioiello ad una donna piace e, viceversa, un’altra non l’indosserebbe neanche? E’ una cosa che non capiamo, ma fa lo stesso perchè è bella così.
La seconda storia è solo ed unicamente per addetti ai lavori. Si nota il filo di saldatura attorno alla base di un griff, se è scorsa bene o se si poteva fare di più, gli accostamenti cromatici, i canonici e gli azzardati, e le varie tecniche che il Melchiorre cosceva bene o che, anche, non conosceva affatto ma osservando appena il risultato, conosceva la tecnica. Anche questa seconda storia è bellissima ma è cosa buona che sia celata ai più. Se c’è una cosa che toglie splendore ad un objet d’art è proprio sapere come si realizza, esattamente come spiegare un trucco magico fa morire la magia.
Vincenzo Melchiorre torna a casa e un ciclo è concluso. Tornerà da innovatore e così metterà in opera un rivoluzionario laboratorio. Molte tecniche furono così migliorate da poter cambiar di nome. Dove prima c’era l’inutile ecco che appare la cosa buona e così, senza snaturare niente anzi aggiungendo un tocco di grazia dove prima era il vuoto ecco che il gioiello è ancora più fascinoso. Vincenzo ama intensamente quello che fa e, mettendo assieme intelligenza e genio velocizza quello che prima era quasi fermo. Come può non funzionare qualcosa che è quasi perfetto? Diventa anche il gioielliere delle Dive di quell’epoca. “La Bella Otero” si diceva ammaliata dai suoi gioielli. E come lei tuttte le altre. Non poteva andare che così.
Aiutato dalla madre, che aveva instillato in Vincenzo l’amore per l’Arte, la precisione e la costanza nel perseguire gli obbiettivi e da Angelina, la consorte, il Morosetti rivoluzionò e creò la Scuola Valenzana.
E scusate se è poco perchè la nostra Scuola, in questa crisi che sta mietendo teste più che la peste nei secoli bui, la nostra Scuola, la Scuola di Gioielleria Artigianale Valenzana, mi sembra uno dei pochi salvagente che per miracolo abbiamo, ancora da sfruttare, ed è lì, pronto, davanti a noi.
Andrea Mandirola
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