…Uno schema utile

11 luglio 2011
Un piccolo schema che può ritornare utile:
 
groen Peso (Carat)
.05 0.10 0.15 0.20 0.25 0.5 0.75 1.00 1.50 1.75 2.00 2.50 3.00 4.00 5.00 7.00
0.05 Carat 0.10 Carat 0.15 Carat 0.20 Carat 0.25Carat 0.50 Carat 0.75 Carat 1 Carat 1.50 Carat 1.75 Carat 2.00 Carat 2.50 Carat 3.00 Carat 4.00 Carat 5.00 Carat 7.00 Carat
 
 
groen Colore (Colour)
La classificazione del colore viene eseguita mediante l’uso di una scala di confronto denominata “master stones” in condizioni di luce artificiale standardizzata, equivalente alla luce del giorno nelle regioni settentrionali.
I colori indicati servono solo a mostrare le differenze nelle sfumature.

D E F G H I J K L M N-O P-R S-Z
D E F G H I J K L M N O P
groen Purezza (Clarity)
Un diamante è privo di imperfezioni se, dopo esame a 10 ingrandimenti da parte di una persona qualificata in condizioni di illuminazione normali, è stato trovato privo di “inclusioni” o caratteristiche interne. Gli altri criteri che determinano il grado di purezza sono le dimensioni, la posizione, la brillantezza e il numero di inclusioni. Le caratteristiche esterne e i fenomeni strutturali possono essere indicati come “segni di identificazione” o “commenti”. Il livello di purezza più basso della scala (indicato da una p per “piqué”) si riferisce a inclusioni visibili a occhio nudo da parte di una persona qualificata.

LC/IF VVS1 VVS2 VS1 VS2 SI1 SI2 P1 P2 P3
LC/IF VVS1 VVS2 VS1 VS2 SI1 SI2 P1 P2 P3

 

Taglio (Cut)
Alcuni tagli comuni dei diamanti.

Brilliant Oval Marquise Pear Heart Princess Emerald
Brilliant Oval Marquise Pear Heart Princess Emerald

E un pò di chimica:il legame covalente

8 luglio 2011
I diamanti fanno parte del gruppo del carbonio, nel quale sono comprese varie modificazioni presenti in natura, essenzialmente riconducibili a due tipi fondamentali: grafite e diamante. Entrambe queste modificazioni si trovano allo “stato solido”, intendendo per solido una sostanza cristallina nel quale esiste una disposizione ordinata delle unità costituenti la sostanza (gruppi di atomi, molecole, ioni) che si ripetono, periodicamente nello spazio. Tale regolarità, propria dello stato solido, ha conseguenze geometriche anche su scala macroscopica, determinando la forma dei cristalli.
Entrambi i reticoli cristallini delle modificazioni, sono delle eccezioni alla regola del massimo impacchettamento poiché sono formate da atomi tutti legati fra loro con legami covalenti. In questi composti la massima stabilità si raggiunge quando si è formato il numero permesso di legami e non il maggior numero di coordinazione possibile (non sono più di una decina le sostanze elementari solide con struttura covalente). 

Come è noto il legame covalente trova la sua interpretazione più semplice nel fatto che due atomi mettono in compartecipazione alcuni elettroni periferici che risultano, per così dire, in comproprietà tra due atomi ed assicurano in tal modo un’interazione attrattiva fra essi
Dal punto di vista della meccanica quantistica i vari elettroni periferici di un certo atomo possono venire descritti mediante funzioni, dette orbitali. In ogni orbitale possono coesistere due elettroni dotati di spin antiparallelo. Se la configurazione elettronica di un atomo è tale che alcuni dei suoi orbitali sono occupati solo per metà (cioè da un elettrone solo), esso tenderà a compartecipare, con un altro atomo, un secondo elettrone, su quello stesso orbitale: e da ciò nasce, in definitiva, un legame tra i due atomi.
In accordo con il modello degli orbitali atomici, il legame covalente tra due atomi è formato dunque dal sovrapporsi di orbitali atomici ciascuno dei quali sarebbe altrimenti occupato da un solo elettrone. Poiché gli orbitali che si sovrappongono sono orientati in modo definito, anche il legame covalente risulterà orientato in una certa direzione: è questa un importante differenza con il legame ionico.
orbitali del diamante
Tratta da Mineralogia II Carobbi – Ed. Uses
diagramma di stato del carbonio
Tratta da Mineralogia II Carobbi – Ed. Uses
La forza di un legame covalente dipende da quanto i due orbitali possono sovrapporsi: quanto più grande è la sovrapposizione tanto più è forte il legame. Possiamo inoltre avere dei legami covalenti ibridi come per la grafite, in cui gli orbitali si dispongono su di un piano con angoli tra loro di 120° oppure dei legami covalenti puri come nel caso del diamante. La presenza di legami covalenti estesi a tutta la struttura e in tutte le direzioni, e che collegano qualunque coppia di atomi adiacenti, spiega le eccezionali caratteristiche di stabilità di queste strutture. Esse infatti presentano valori elevatissimi di durezza (il diamante è secondo solo all’azoturo di boro BN che è il solido più duro attualmente conosciuto) ed una temperatura di fusione estremamente alta (oltre 3500°C per il diamante).
Poiché il numero dei legami covalenti, e la loro direzione, dipende dal tipo di atomo che è coinvolto nel legame, non è possibile analizzare le strutture covalenti sulla base di un modello geometrico generale. È stato osservato come di regola sia inopportuno parlare di molecole nel caso di solidi cristallini. In essi, infatti la presenza di raggruppamenti finiti di atomi tenuti insieme da legami covalenti è limitata a casi particolari. Strutture in cui sia possibile individuare delle unità pluri-atomiche corrispondenti a molecole chimiche nell’ordinaria accezione del termine prendono il nome di strutture molecolari. Esteriormente i solidi cristallini di tale tipo sono caratterizzati da una coesione piuttosto debole, che si traduce in bassi valori della durezza, del punto di fusione, ecc. struttura del diamante
Tratta da Mineralogia II Carobbi – Ed. Uses
Questo complesso di proprietà viene attribuito alla scarsa interazione coesiva che si realizza fra molecola e molecola mentre ovviamente possono risultare anche molto forti i legami all’interno della molecola. Queste interazioni tra molecola e molecola, sono di natura elettrostatica, dovute sia all’esistenza di dipoli permanenti in molecole elettronicamente non simmetriche, sia alla formazione di dipoli temporanei, che si generano, istante per istante, a causa del moto degli elettroni negli atomi, e prendono il nome di Legami di van der Waals. I gas nobili allo stato solido, con molecola mono-atomica, rappresentano il caso più estremo di cristalli retti unicamente da forze di Van der Waals che essendo del tutto adirezionali giustifica l’aspetto compatto dei cristalli, del tutto simili a quelle dei metalli.
Un classico esempio di questa struttura è quello della grafite, molto rara in cristalli euedrali, forma tutt’al più lamelle esagonali appiattite secondo la base, nella cui struttura gli atomi di carbonio giacciono in un serie di piani paralleli, entro ciascuno dei quali sono disposti ai nodi di un reticolato a maglie esagonali. Le distanze C-C sono assai diverse se misurate entro i piani oppure tra piano e piano. Nel primo caso la distanza C-C è di 1.42 A°; nel secondo la minima distanza risulta di 3.35A° ed un valore così alto non può corrispondere che ad un legame di Van der Waals (Carobbi, Cristallografia chimica e mineralogia speciale, Edizioni USES). struttura della grafite
Tratta da Mineralogia II Carobbi – Ed. Uses
Di conseguenza la struttura della grafite può considerarsi di tipo molecolare. In essa ogni piano costituisce una molecola bidimensionale indefinitamente estesa. Tramite questo modello strutturale si spiegano immediatamente le caratteristiche meccaniche della grafite, in particolare la sua facile e perfetta sfaldatura parallele ai ” piani molecolari”, la durezza bassissima ( 1-2 nella scala di Mohs, tanto che lascia un impronta se strofinata sulla carta, e da ciò il nome, dal greco, graphein = scrivere), peso specifico 2.1-2.3. È caratteristica della grafite anche la conducibilità elettrica, che peraltro (nei mono-cristalli) è fortemente anisotropa, risultando assai maggiore parallelamente ai piani che non in direzione normale ad essi. Ciò è dovuto al fatto che nella grafite ciascun atomo di carbonio è legato ad altri tre atomi con tre legami covalenti s a 120°, dalla sovrapposizione dei restanti orbitali p, uno per ogni atomo di carbonio, ortogonali al piano individuato dai legami s, si origina un orbitale molecolare di legame p esteso a tutto il piano degli atomi e quindi un sistema di elettroni delocalizzati, cioè (come negli idrocarburi aromatici), dopo la formazione degli ibridi triangolari planari sp2, che collegano gli atomi di carbonio entro gli strati, avanzano ancora degli elettroni (elettroni p) che però non appartengono singolarmente a questo o a quel carbonio. Essi sono invece delocalizzati e relativamente liberi di muoversi, ma solo parallelamente allo strato, il che spiega la conducibilità elettrica anisotropa della grafite, come pure la sua lucentezza assai simile a quella dei metalli.
politipismo della grafite
Tratta da Mineralogia II Carobbi – Ed. Uses
Esistono due varianti strutturali della grafite che rappresentano un esempio di politipismo ( cioè è un caso particolare di polimorfismo in cui le diverse modificazioni, dette politipi, possiedono una struttura a strati e differiscono tra loro solo per il modo in cui gli strati si sovrappongono; casi di politipismo sono particolarmente frequenti sia in strutture complesse come quella dei fillosilicati che in strutture assai più semplici come quelle di SiC, o ZnS) e si distinguono per la diversa successione degli strati.. Infatti possiamo avere una grafite 2H P63\m . mc e 3R R 3m. Il tipo 2H mostra una successione ABABAB…. In cui lo strato B risulta slittato di un terzo della diagonale lunga del esagono di base; quello 3R mostra invece una successione ABCABC….. (che conduce ad una cella romboedrica) in cui gli strati sono rispettivamente slittati un terzo B e due terzi C.
La grafite è la forma termodinamicamente più stabile alle condizioni ambiente del carbonio elementare, tuttavia la sua struttura non è compatta avendo il carbonio numero di coordinazione 3, e quindi la grafite ha una densità minore del diamante che ha coordinazione 4.
Queste proprietà fisiche ne condizionano gli impieghi pratici: la bassa durezza la rende utile per la fabbricazione di matite (impastata con quantità variabili di minerali argillosi), la facile sfaldatura come lubrificante secco, la sua conducibilità elettrica anisotropa lo rende prezioso per alcuni utilizzi (come per la tecnica galvanoplastica), il punto di fusione molto alto ne permette l’impiego per crogioli refrattari destinati ad usi speciali. La grafite inoltre brucia più velocemente del diamante, e la velocità di combustione dipende essenzialmente dalle dimensioni dei singoli cristalli. Del resto molti tipi di ” carbone “, in passato ritenuti amorfi, sono in realtà costituiti da cristallini grafitici di minutissime dimensioni. A differenza del diamante la grafite è anche attaccabile parzialmente da alcuni acidi: con HNO3 concentrato e caldo, in presenza di KClO3, la grafite si trasforma in una sostanza cristallina gialla, contenente C, H, ed O, detta “acido grafitico”. In esso rimangono inalterati i piani di anelli esagonali, ma fra di essi si interpongono atomi di ossigeno e molecole di acqua interstrato.
In natura la grafite è soprattutto un minerale di origine metamorfica, che si origina entro sedimenti ricchi di sostanza organica sottoposti ad intense azioni termiche. Hanno questa origine i depositi di Passau in Baviera e quelli di Botogolsk nella Siberia Orientale. Altri depositi si hanno a Ceylon, anche entro vene di tipo pegmatitico in cui sono presenti cristalli grandi fina a 20 cm. Fra quelli Italiani sono da citare quelli piemontesi poste in Val Chisone ed in Val Pellice, ove la grafite si trova entro scisti cristallini.
La struttura del diamante invece consiste di atomi di carbonio legati ad altri quattro atomi di carbonio ai vertici di un tetraedro ciascuno dei quali è legato ad altri quattro atomi di carbonio e così via. Non esistono molecole discrete e tutto il cristallo può essere considerato una macromolecola, e la struttura che ne deriva può essere ricondotta ad un reticolo cubico, come il silicio ed il germanio elementare, il carborundum (SiC), il nitruro di boro (BN).
In questa struttura gli atomi di C si esplicano in puri legami covalenti sp3 che portano alla disposizione tetraedrica di 4 atomi di C attorno ad uno centrale. Questa disposizione è delimitabile in un cubo a facce centrate con 4 atomi interni disposti lungo le diagonali del cubo in ottanti alternati e si sviluppa con un identico concatenamento in tutte le direzioni(Carobbi, Mineralogia II, Edizioni USES).
I cristalli di questa nota gemma hanno generalmente habitus esacisottaedrico od ottaedrico (occasionalmente pseudo-tetraedrico per diseguale sviluppo delle facce); più raramente cubico. Spesso i cristalli hanno facce curve, ed assai frequenti sono i geminati secondo [100] od anche [111]. Si ha facile sfaldatura secondo le facce dell’ottaedro e ciò contribuisce ad aumentare la fragilità del diamante, che è assai elevata nonostante l’estrema durezza (10 nella scala di Mohs); il peso specifico è 3.5, indice di rifrazione molto elevato, come pure fortissima la dispersione: n= 2.4076 per l= 6876; n=2.4513 per l=4308 A°.
Date le loro carattristiche chimiche e fisiche i cristalli di diamante scompongono nettamente la luce bianca e la rimandano suddivisa nei vari colori dell’iride.
A questo gioco di colori, oltre alla sua durezza ed inalterabilità ed alla caratteristica lucentezza detta appunto ” adamantina” si deve il pregio di questa gemma. Tale pregio è aumentato dalla trasparenza (che in questo caso prende la denominazione tecnica di ” acqua”) e dalla assoluta assenza di imperfezioni o inclusioni; dipende inoltre dalla colorazione: una tonalità giallastra deprezza alquanto il valore della gemma, che di per sé è del tutto incolore, ma nette colorazioni verdi, rosse e particolarmente azzurri risultano molto pregiate.

Da www.geologia.com

Un pò di storia…..

8 luglio 2011

Il termine diamante ha origine da due termini greci: “adamas” (indomabile) e “diaphanes” (trasparente). Sin dalla “Naturalis historia” di Plinio il Vecchio (I d.C.) il diamante è considerata la pietra più dura e da subito acquista un significato simbolico connesso alle sue proprietà.
Immagine di invulnerabilità e di potere sulla materia, solo nel XVII secolo sarà anche simbolo di luminosità, grazie al taglio “a brillante”. Precedentemente è una pietra scura con funzione talismanica e di ornamento per gioielli regali, come appare anche nei numerosi ritratti dipinti in quegli anni.
I primi diamanti ritrovati sono quelli rinvenuti nel X secolo nell’isola del Borneo, ma le quantità sono minime.
Bisogna arrivare alla metà dello ‘600 perché Jean-Baptiste Tavernier, viaggiatore al servizio di Luigi XIV, scopra le miniere di Golconda sulla costa ovest dell’India. Da qui vengono importati dalle grandi repubbliche marinare di Venezia e Genova sin dal XIV secolo, alla fine del quale il diamante comincia ad essere utilizzato dalle donne, montato su un anello: grazie all’inalterabilità della pietra ne consegue un significato di fedeltà matrimoniale e di eternità del legame amoroso.
Il commercio di diamanti si intensifica nel XVI secolo con l’arrivo dei Portoghesi a Goa.
La regione indiana sarà l’unico bacino diamantifero della terra fino al 1725, anno in cui vengono scoperte le preziose pietre in Brasile, lungo il fiume Jequitinhonhas a 500 km da Rio de Janeiro. Tale ritrovamento permetterà ai portoghesi di possedere un ingente quantità di sontuosi gioielli per la Corona. Il fascino orientale dell’India, però, rimane immutato: si arriva a spedire i diamanti dal Brasile alla penisola asiatica per poi essere reimpostati come indiani.
Quando la produzione brasiliana andrà esaurita, toccherà al Sudafrica sostituirla: un episodio particolare ne permetterà la scoperta nel 1866. Una bambina di una famiglia di contadini emigrata in Sudafrica si ritrova a giocare con una pietra scintillante donatale dal fratello. Un vicino intuisce la possibilità che la pietra sia un diamante: è il celeberrimo “Eureka”, un pezzo non totalmente puro, ma che spinge ad una nuova ricerca. Tre anni dopo viene rinvenuta la cosiddetta “Stella del Sudafrica”. Parte così la forsennata corsa al diamante in quello che diverrà il Kimberley Hole, dai cui camini vulcanici le pietre erano risalite. Si impongono i gruppi della “Compagnia francese delle miniere del Capo”, la società dei fratelli Barnato e la compagnia di Cecil Rhodes. Nel 1888, quest’ultima assorbe le altre due dando vita alla “De Beers Consolidated Mining Company”.
Oggi le più grandi miniere di diamanti sono quelle africane del Botswana, Sierra Leone, ex-Zaire, Angola, Ghana, Liberia. Gran parte delle pietre ritrovate in queste regioni, però, il 4% della produzione mondiale, alimenta terribili guerre civili. Molte società che commerciano in diamanti nel 2000 hanno firmato un protocollo in cui hanno dichiarato di tenersi lontani dai contrabbandieri dei cosiddetti “diamanti di guerra”.

Da www.stile.it

Millenium Star

8 luglio 2011

     Millenium Star
 Il nome “Millenium Star” vuole sottolineare come “I millenni vanno e vengono, ma i diamanti sono per sempre”
 Il Presidente della De Beers
                      Nicki Oppenheimer

 Il Millenium Star Fu trovato in Zaire nel 1990 in un deposito alluvionale (secondario). Al momento del ritrovamento pesava 777 ct (155.4 gr). Perfetto nel colore (D) ed esente da impurità (IF) si può facilmente comprendere come tale diamante sia incredibilmente raro, considerando anche le dimensioni. La De Beers lo acquistò nella prima metà del ’900, quando in Zaire infuriava la guerra civile. Affidato per il taglio alla Steinmetz Diamond Group si dovette aspettare più di tre anni per dargli il suo taglio a pera di 203,4 ct (40,608 gr). Il taglio attuale si deve alla tecnica laser. Quando la collezione Millenium, che vanta anche 11 diamanti blu per un tot. di 118 ct, venne esposta a Londra al Millennium Dome, di proprietà della De Beers, 12 milioni di persone la visitarono e, tra l’altro, vi fu pure un tentativo molto elaborato di furto. Sul caso fu scritto anche un libro.

                Neo1967

Diamanti

8 luglio 2011

Come scesi veramente
da una stella
e come alieni
simili ad angeli
benedetti.
Come nati in furie
inconcepibili
rimane il mistero
dei colori e del nero
di tutta quella luce
della superfice
che è invisibile e riluce.
Duri come
un tenero Amore.
Figli di una stella
da guardare
troppo bella
perchè belli così
non è di questa Terra.
                             Neo1967

Da Morosetti a Melchiorre: la Scuola Valenzana

20 settembre 2010

Il Sig.Vincenzo Morosetti nel 1843 aprì,  in quel di Valenza, il primo, e io aggiungerei mitico, laboratorio di gioielleria. Alla sua scuola si formarono i primi artigiani orefici, affascinati dalla preparazione di questo maestro a cui si aggiunse, in un secondo tempo, Giuseppe Gillio, discepolo dello svizzero Fournet.
Nel 1889, all’esposizione mondiale di Parigi, i valenzani mostrarono al mondo intero quello che erano in grado di fare, stupendo anche Cartier, il grande gioielliere delle case regnanti. Gillio ebbe così il modo di lavorare a Londra, nelle botteghe di Piccadilly, dove si fece apprezzare come fine cesellatore. Così, tra i talenti valenzani, emerse Vincenzo Melchiorre che fu, in pratica, l’uomo che fondò la gioielleria grazie alla quale Valenza divenne famosa nel mondo.
Melchiorre nacque a Valenza nel 1845 e, quindi, sin da giovanissimo conobbe i moti risorgimentali italiani e, anche, lo sviluppo economico e industriale del nostro Paese. Pensate:  a 14 anni già la scuola del Morosetti gli andava stretta e quindi si trasferì a Torino. Lì potè mettere mano alle grandi realizzazioni che necessitano di grandi orefici e che, nel contempo, rendono grandi gli orefici. Pensiamo solo al Melchiorre nel 1868, già provetto realizzatore alla ditta Twerembold e chino alla sua postazione di lavoro mentre realizzava il dono della città di Torino per le nozze di Umberto e Margherita di Savoia: uno stupendo cofano d’oro tempestato di stupende gemme e mirabili lavorazioni. Un oggetto di circa 14 KG di peso. Ma, dopo qualche tempo e ancora una volta, Vincenzo Melchiorre, sentì che l’ambiente di Torino non aveva più niente da offrirgli e si trasferì così a Parigi.
Lì, nella capitale della belle époque, i suoi sensi di finissimo artista vennero a contatto con tutti gli splendori orafi che quella magica città poteva offrire. Immagino questo giovane genio che si aggira con fare quasi annoiato per Rue de Rivoli o, anche, per Rue dela Paix ma, in realtà, attentissimo a tutto. Soprattutto attento ai lampi di luce dei gioielli nei fastosissimi negozi che Parigi, in quella zona, mostrava.
Il Melchiorre, così, diventò allievo di Camillo Bertuzzi, milanese di nascita, l’orefice che, finemente, infiorava di gemme i libri d’arte. Ancora mirabili capolavori d’arte orafa le sue coppe e i suoi cofani e i vasi, opere immortali nella storia della gioielleria.
Vincenzo si meritò, poco alla volta, l’arte del Bertuzzi mentre, sulla cima del Monte Olimpo, Eros si faceva realizzare, dal gioielliere degli dei, una freccia d’oro massiccio, con impennata e punta di puro e splendente diamante. Prese la mira e scoccò. Amore si accese come un lampo nella vita di Vincenzo Melchiorre e, quell’amore prese il nome di Angelina Rolandi, gentildonna parigina nipote del Bertuzzi. Non si separarono mai più.
A Parigi fu anche attento testimone di vicende storiche memorabili. Il suo occhio d’artista seppe, anche in quell’occasione turbolenta, trarne preziose esperienze.
Quando fu il momento, Vincenzo si rese conto che anche Parigi era un esperienza con un inizio e una fine e la fine, quando fu il momento, arrivò.
Quando i rovesci politici resero Parigi realmente poco sicura, Vincenzo Melchiorre fece ritorno in Patria.
Prima fu a Firenze a rimirare l’Arte così gentile, così generosa nei confronti di quella stupenda città. E fu il Ponte Vecchio, con le sue Botteghe a rimirar la “filograna” e gli altri gioielli e tecniche proprio lì, davanti ai suoi occhi.
E poi fu Roma, i Tesori immortali delle Gallerie Vaticane, e i musei vaticani e ogni gioiello, magari anche solo dipinto che rese anche solo un poco più grande la grazia di un Papa, di un re, di un nobile.
Un giorno, dopo tanta bellezza e sfulgore, il ricordo del paesello fu la vocazione che spinse Vincenzo a far ritorno a Valenza. Ma, dentro di lui, sapeva che troppi  tesori aveva visto, troppi gioielli gli avevano raccontato la duplice storia di ogni objet d’art.
La prima storia è quella aperta a tutti e racconta la bellezza del gioiello, la collocazione dell’oro giallo vicino al bianco accostato in quel particolare modo e il bianco, perchè no, tempestato di piccoli rubini. E’ una storia, come dicevo, aperta a tutti e tutti ne ricevono una diversa perchè questa storia si chiama interpretazione. E’ una cosa troppo immensamente difficile da analizzare. Perchè un gioiello ad una donna piace e, viceversa, un’altra non l’indosserebbe neanche? E’ una cosa che non capiamo, ma fa lo stesso perchè è bella così.
La seconda storia è solo ed unicamente per addetti ai lavori. Si nota il filo di saldatura attorno alla base di un griff, se è scorsa bene o se si poteva fare di più, gli accostamenti cromatici, i canonici e gli azzardati, e le varie tecniche che il Melchiorre cosceva bene o che, anche, non conosceva affatto ma osservando appena il risultato, conosceva la tecnica. Anche questa seconda storia è bellissima ma è cosa buona che sia celata ai più. Se c’è una cosa che toglie splendore ad un objet d’art è proprio sapere come si realizza, esattamente come  spiegare un trucco magico fa morire la magia.
Vincenzo Melchiorre torna a casa e un ciclo è concluso. Tornerà da innovatore e così metterà in opera un rivoluzionario laboratorio. Molte tecniche furono così migliorate da poter cambiar di nome. Dove prima c’era l’inutile ecco che appare la cosa buona e così, senza snaturare niente anzi aggiungendo un tocco di grazia dove prima era il vuoto ecco che il gioiello è ancora più fascinoso. Vincenzo ama intensamente quello che fa e, mettendo assieme intelligenza e genio velocizza quello che prima era quasi fermo. Come può non funzionare qualcosa che è quasi perfetto? Diventa anche il gioielliere delle Dive di quell’epoca. “La Bella Otero” si diceva ammaliata dai suoi gioielli. E come lei tuttte le altre. Non poteva andare che così.
Aiutato dalla madre, che aveva instillato in Vincenzo l’amore per l’Arte, la precisione e la costanza nel perseguire gli obbiettivi e da Angelina, la consorte, il Morosetti rivoluzionò e creò la Scuola Valenzana.
E scusate se è poco perchè la nostra Scuola, in questa crisi che sta mietendo teste più che la peste nei secoli bui, la nostra Scuola, la Scuola di Gioielleria Artigianale Valenzana, mi sembra uno dei pochi salvagente che per miracolo abbiamo, ancora da sfruttare, ed è lì, pronto, davanti a noi.
Andrea Mandirola
Mi trovate sul sito www.lafabbricadelgioiello.com
o potete scrivermi su info@lafabbricadelgioiello.com
Tel. 0131/942078

Una buona idea=una promozione utile e interessante

28 aprile 2010

La Fabbrica del Gioiello, dove lavoro e che ospita gentilmente questo blog, ha avviato una promozione che, per me, è realmente utile per moltissime Signore e Signori che, nel loro cofanetto delle gioie hanno gioielli non più nuovi e che, giocoforza, il tempo ha segnato. Ebbene, fino a circa il 26 del prossimo mese la Fabbrica rimette a nuovo in modo completo e professionale, ovviamente, i gioielli di chi decide di aderire alla promozione e lo farà senza che niente gli sia dovuto. Chi vorrà usufruire di questo servizio ma è troppo lontano da Valenza per portare direttamente alla Fabbrica  i monili dovrà spedirli, naturalmente, e questo costo sarà l’unico a loro carico. E’ una bella cosa, la promozione di un azienda che vuole far vedere a tutti i costi che lavora bene, che ama il proprio lavoro e che ha a cuore il giudizio dei propri clienti.

Cosa ne pensate? E’ una buona promozione? Sarei veramente felice di ricevere qualche commento sia positivo che negativo e parlare così del perchè positivo e perchè negativo. Io, sapete sono un pò tardo e se le cose non me le spiegano non le capisco. Vi aspetto!

Il primo

24 aprile 2010

Mi chiamo Mandirola Andrea Roberto e vivo in un bellissimo Borgo confinante sia con Valenza sia con Alessandria.
Un tempo era un centro termale abbastanza rinomato, ora invece è centro estivo di benestanti milanesi o torinesi, sulla collina.
Noi, che stiamo in basso, abbiamo una classica casa di campagna, adattata con del poco per viverci in famiglia. Bello, non c’è che dire.

Lavoro ad un progetto su Internet: La Fabbrica del Gioiello anzi; www.lafabbricadelgioiello.com
Io essendo però cresciuto a Valenza, La Città dell’Oro, sento forte una connessione con quello che è la creazione di gioielli e che definirei la Scuola Valenzana di Gioielleria, artigiana di nascita e ancora, ci giurerei, Magna Charta di moltissimi laboratori in Valenza.
Alla Fabbrica del Gioiello lavoriamo così e ci piace stabilire un rapporto particolare con il cliente. Se si tratta di realizzare un anello, mettiamo un solitario, allora gli facciamo scegliere la gemma consigliandolo costantemente. Di seguito, senza fretta, gli proponiamo un vasto parco modelli e se non soddisfatto, creiamo un modello ad hoc. Così, senza problemi.
Lo realizziamo con la lima, con l’unghietta, con il trapanino e le frese, con il Borace e l’acetilene, con le lenti e il sudore e il sapere del Maestro orafo.
Il gioiello finito di solito incanta e, a volte, fa dire: “E’stupendo”. Ed è stupendo, è un gioiello Valenzano, non si scherza. Le Botteghe artigiane sono piene di segreti che non sembrano più tali, a noi, perchè abbiamo familiarizzato con essi. Io voglio che mi chiediate come si fa, voglio che vi chiediate se esistono ancora posti così, dove con poco si ha tanto, si ha il giusto, si ha il bello. Sono www.lafabbricadelgioiello.com . Sono Andrea Mandirola e sono neo1967. Sono innamorato dell’Arte Valenzana perchè mi ha accompagnato tutta la vita e voglio farvela conoscere perchè ne vale la pena. Sono gemmologo del diamante perchè davvero amo il bello. Chiedetemi…….